giovedì 16 gennaio 2014

Giochi di ruolo

Non serve un manuale di pedagogia per capire come il gioco dei ruoli, che ci divertiamo a interpretare dai 2 anni in su, sia fondamentale per immedesimarsi con le persone che ci stanno intorno. 
Viceversa, è palese come questo passatempo risulti altrettanto importante, per queste stesse persone, nella comprensione dell'opinione che abbiamo di loro.
Ecco quindi che il classico "facciamo che io ero" diventa uno specchio spietato delle personalità di chi ogni giorno gravita nel nostro piccolo universo.

La mamma.

- Facciamo che io ero la mamma e tu la figlia?
- Ok!
- Bene amore, adesso ti lascio dalla nonna e vado al lavoro. 
   Ma poi ti vengo a prendere, eh!

Ti prendo e mi porto via.

Il papà.

- Facciamo che io ero il papà e tu la figlia?
- Ok!
- Bene, vado a montare la mensola facendo cento mille buchi nel muro.

Manny aggiustatutto, detto anche Er Crivella.

Il nonno.

- Facciamo che io ero il nonno e tu la bimba?
- Ok!
- Bene Piccolina, vuoi una caramella? O vuoi il succo? O vuoi la cioccolata?

L'erba voglio nel mio giardino cresce, e ci do pure il concime.

La parrucchiera.

- Facciamo che io ero la parrucchiera?
- Ok!
- Bene, ti  taglio la frangetta. Ma stai attenta, cara bambina, se no ti taglio un occhio.

Edward mani di forbice, imbruttito.

Il dottore.

- Facciamo che io ero il dottore? 
- Ok!
- Bene, ti  misuro la pressione. Ah menomale, non ce l'hai.

Non guardarmi: non ti sento.


E i vostri bimbi? Ci giocano al "Facciamo che io ero"?

La mia parrucchiera



lunedì 23 dicembre 2013

La Baby Box della Ragazza.


Ciao a tutti! Alle tastiere oggi ci sono io, la Ragazza!

Sono qui per accogliere l'invito che qualche giorno fa Enrica Tesio ha lanciato sul suo blog: provare a immaginare quello che ci piacerebbe mettere in una scatola destinata a un bimbo italiano. L'idea le è venuta leggendo una notizia riguardo l"Äitiyspakkaus": una  parola impronunciabile per indicare una baby box che il governo finlandese dona a ogni neonato. Una scatola piena di libri, vestitini e giocattoli, che una volta svuotata diventa una culla per il bebè.

Bella idea vero? 
Siccome non volevo assumermi la responsabilità di riempire una scatola per un bimbo italiano tipo, ho ristretto, anzi avvicinato, il campo e ne ho realizzata una per Alice.

Quindi Alice, a mamma, queste sono alcune delle cose che metterei nella mia scatola per te.

  1. I miei diari. Così, quando non lo riterrai minimamente possibile, avrai le prove che anche tua madre ha avuto 16 anni. E potrai emozionarti, o ridere di me.
  2. Gli sketch book di tuo padre. Perché lui si esprime per tratti e quando vuole farti sapere che ti ama, non ti scrive una lettera, ti fa un disegno. Ma questo lo sai.
  3. Libri, non importa di chi, libri di carta. Perché temo seriamente che quando sarai grande saranno una rarità. E quaderni e fogli di carta. Potrai farci quello che vuoi, scarabocchiarli, scrivere progetti, accartocciarli, strapparli, costruirci un aeroplanino o un origami. 
  4. Un evidenziatore. Per segnare gli annunci delle case quando andrai all'università, o a fare l'Erasmus, o uno stage all'estero, l'artista a Parigi, la cameriera a Londra o qualsiasi altra cosa deciderai di fare lontano da qui.
  5. Un iPod con dentro le canzoni di Mannarino, Bob Marley, Dalla, De Gregori e Jovanotti, così ti ricorderai sempre di quando ballavamo insieme o di quando insieme cantavamo la ninna nanna. 
  6. Una cassetta degli anni '90, solo per spiegarti un giorno cos'era e farti vedere come riavvolgerla con la biro.
  7. Una coperta morbidosa e pantofole pelose. A beh, solo la coperta, ché tanto giri sempre scalza.
  8. La polverina magica. Quella che non si vede, ma che quando giochiamo alle fate ci permette di volare.
  9. Una gomma per cancellare (o un MelaZ), perché quando si sbaglia bisogna assumersene la responsabilità, ma è importante sapere che c'è sempre un rimedio. Allora tu cancella e rifai.
  10. Quotidiani, magazine, siti che parlano della stessa notizia, perché mi piacerebbe che la tua opinione derivi dalla conoscenza.
  11. Un bikini e un cappello di lana, perché tu sei mare, ma sei anche montagna.
  12. Un bivio, per decidere di cambiare strada, o di restare sulla stessa.
  13. Un paio di scarpe nuove, per farne tanta, di strada.
  14. Uno spray al peperoncino, ché non si sa mai.

E poi basta, se no divento retorica e va a finire che la scatola poi non si chiude.

Auguro a tutti voi di aprire scatole fatte apposta per voi, o di riempire scatole per chi amate, che forse è ancora più bello.

Buone Feste a tutti!





P.S. Se siete tra i 4 che ancora non conoscono il blog della Tesio, correte qui! Ma attenti, crea dipendenza.
Non perdetevi neanche la babybox del Prof Andrea!

venerdì 13 dicembre 2013

Antropologia culturale.

Da grande voglio fare l'antropologa.


Le persone  mi affascinano, mi attirano come calamite.

Per essere una brava professionista, sto studiando già da ora, non è mai troppo presto per imparare, no?

Così capita che, nel bel mezzo della cena al ristorante, io sgattaioli via dal mio posto e vada in cerca di soggetti interessanti da sottoporre alle mie indagini. 
Dopo un po' mi trovano in piedi, dritta come un fuso, a due centimetri dal tavolo prescelto a fissare i commensali.
Li fisso muta, senza quasi battere le ciglia. 
Resto lì immobile e non mi sposto.

I soggetti dei miei studi spesso mi sorridono, provano a scambiare con me due parole, mi chiedono come mi chiamo, ma io non rispondo e resto lì ferma immobile a fissare.
E dopo un pochino si imbarazzano.
Ma io non mollo.
Culo pinzo, petto in fuori, braccia lungo i fianchi, occhi fissi e perforanti, io non mollo. Resto lì, come incantata. In realtà sto prendendo appunti con la mente, formulando teorie.

La maggior parte delle volte interviene mia madre, scusandosi e portandomi via di peso.

Faccio lo stesso in piscina, nell'angolo dei fon. Mi piazzo a due centimetri e scruto le ragazzine più grandi che si asciugano i capelli e parlano di Instagram, di ragazzi e di feste della scuola.

Mia madre arriva, si scusa e mi porta via.
Perché si scusa poi non lo capisco, lei è la mia grande maestra.
Quella che a cena fa finta di parlare con mio padre, ma in realtà annuisce e guarda oltre le sue spalle per non perdere un secondo della litigata dei vicini di tavolo.
Quella che ispeziona la spesa di chi la precede alla cassa del supermercato, facendo congetture sulla sua vita, avendo come unici elementi le birre in lattina, le lamette Bic e le buste di 4 salti in padella (single o divorziato, di sicuro).
Quella che si fa un giro in autobus solo per fissare le persone e immaginarne le storie, per poi tornare a casa e scrivere raccontini che legge solo lei.

Mia madre dice che tutto ciò non si chiama farsiicazzideglialtri, si chiama AntropoMANIA.
E io da grande voglio diventare brava come lei.




martedì 3 dicembre 2013

Non è un film per piccoli.


Fatevene una ragione: anche se vogliono farvi credere il contrario, Alla ricerca di Nemo non è un film per piccoli.


Al minuto 01 gli accoppano la madre, la madre capito? 

E lo so che nel 90% dei cartoni animati la mamma del protagonista è morta o non pervenuta, però spesso è un dato di fatto e come tale viene accettato. 
Qui la mamma di Nemo te la mostrano nel fiore degli anni e dopo un attimo le fanno la festa. E adesso non citatemi Bambi, neanche quello è un film per piccoli, non ne siete forse rimasti traumatizzati anche voi? Ecco, appunto.

Al povero Marvin gliene capitano di tutti i colori, robe terribili, terrificanti, e io sono costretta a guardare il film abbarbicata sulla spalla di mio padre, con le unghie affondate nel suo collo, pronta a scoppiare in lacrime al minimo spavento.
Ma vi pare? Guardare un cartone animato dovrebbe essere piacevole, a me fa l'effetto che al vecchio Alex faceva la cura Ludovico. 

Ragionate: io sei mesi fa guardavo i Teletubbies, dove in ogni sacrosanta puntata arriva Laa-Laa con la palla arancione e dice Ciao Ciao, poi Po con il monopattino rosso e dice Ciao Ciao, poi Tinky Winky con la borsetta vintage e dice Ciao Ciao e infine Dipsy, tutto trafelato dopo un rave party, con il cappello della Muccassassina e dice Ciao Ciao.
E tutto fila sempre liscio a Teletubbilandia, dove i 4 cosi sono manovrati da un bambino nel sole e hanno come unico amico un aspirapolvere. 
Vabé forse farà venire delle turbe psichiche in età adulta, ma almeno non mette paura.

Come Peppa Pig. Quello sì che è un cartone rassicurante.
La grafica bidimensionale e i colori piatti, senza sfumature, sono rassicuranti.
Il fatto di trovarlo in onda su Rai Yoyo a qualsiasi ora del giorno e della notte è rassicurante.
Sapere che alla cassa del supermercato troverai la Signora Coniglio, che fa 27 lavori diversi, dalla gelataia, al soccorso in elicottero, passando dalla biglietteria del museo, perché anche lì il precariato è una piaga e uno si deve pur arrabattare, è rassicurante.
Conoscere a memoria tutte le battute delle 20 puntate che mandano in loop ogni giorno è rassicurante.
Avere la certezza che tutti, ma proprio tutti, amano sguazzare nella propria melma, è rassicurante.

Ma soprattutto è rassicurante sapere che, qualunque cosa accada, tutto si risolverà sempre con una grossa, grassa, sguaiata risata.



Io che guardo Alla ricerca di Nemo.




mercoledì 27 novembre 2013

#raccontidicasa Qui si stira ggiovane.

Questo post è offerto da Philips.

Oggi parlo io, la (fu) Ragazza, in veste di casalinga con gli occhiali appannati.

Quando, qualche mese fa, ho acquistato un ferro da stiro con caldaia, ho pensato fosse il primo passo verso la vecchiaia. Dopo ci sarebbero stati solo il carrellino per la spesa e i gambaletti color carne.

Il mio acquisto era motivato da una presa di coscienza: le mie sedute di stiro dovevano passare a un livello successivo, dalla ripassatina al volo della camicetta prima di andare al lavoro, stirata direttamente sul tavolo, alle quintalate di borsoni comprendenti mesi di bucato di tutta la famiglia.
Ero certa di aver bisogno di qualcosa di potente.
Mi sbagliavo.
Il mio rapporto col ferro a caldaia è stato breve ma pessimo: 15 minuti 15 per scaldarsi, vapore bollente e assassino, capace di ustionarti le dita a decine di centimetri di distanza, sgocciolio insistente e continuo, che nessuna regolazione di manopola né imprecazione fantasiosa sono mai riusciti a evitare. 
Per questi motivi, quando mi sono trovata al cospetto del ferro da stiro Philips Perfectcare, ero un pochino scettica, anche se – devo dire – il design così compatto e “smart” mi ha subito incuriosita parecchio.
Alla fine della prima prova ho capito: il Perfectcare è un  ferro da stiro a caldaia senza le noie e le paranoie del ferro da stiro a caldaia! È leggero e occupa poco spazio, lo riempi d’acqua ed è pronto all’uso dopo pochissimi minuti, puoi rabboccarlo in qualsiasi momento, si accende con un unico pulsante e soprattutto non ha nessuna manopolina per la regolazione del vapore e della temperatura.

Quindi - direte voi- bella roba, non può stirare lana, seta, stampe e delicati. E invece no, è qui che sorprende!

Il Perfectcare si regola da solo, nel senso che è ha un’unica impostazione che genera la perfetta combinazione di vapore e temperatura, consentendoci di stirare qualsiasi capo senza dover individuare il pallino corrispondente al tessuto, senza dover aspettare la regolazione della temperatura e soprattutto senza sgocciolare (capito mamma?)

Sì, forse questo post ha dei toni un po’ troppo entusiastici per il tema che affronta (stirare, brrrrr), ma devo dire che sono particolarmente soddisfatta di questo prodotto.
Certo, ogni tanto il vapore è così potente che mi si appannano gli occhiali e per un po’ devo stirare alla cieca, cosa che suscita l’ilarità di tutta la famiglia (me compresa), ma vuoi mettere le lucine blu?



Se volete saperne di più, visitate il sito raccontidicasa.it e seguite su Instagram e Twitter l'hashtag #raccontidicasa.

Ciao!

mercoledì 20 novembre 2013

Budder e il diritto di Esserci.

Badder, detto Baddy, è il cane più rompiballe del pianeta.

Alle 5 di mattina, puntuale, comincia a ululare disperato in preda ai morsi della fame, svegliando l'intero vicinato.
Quando arrivi ti accoglie con una strisciata di bava e se ti vuole proprio bene ti salta addosso, aggiungendo zampate di fango a casaccio.
Mangia come un maiale, ma essendo sempre nervoso e ipereccitato ha un metabolismo velocissimo, che lo rende magro come un chiodo e scattante come una molla.

Due sono le cose che Badder detto Baddy odia di più: avere fame e restare solo quando tutti gli altri sono in compagnia. E così piagnucola insistentemente appena sente un languorino, ti insegue ficcando il naso dappertutto certo che tu abbia qualcosa da mangiare e, quando ci riuniamo per pranzare tutti insieme, trova sempre il modo di entrare in casa e rubare la bistecca.

Baddy è indisciplinato, Baddy è invadente, Baddy è piagnucolone, Baddy è incontenibile.
Baddy sta morendo.

Così ieri siamo andati a casa di zio Sam per salutarlo.
Tutti insieme, me compresa.

E in questa Giornata Mondiale dei Diritti dell'Infanzia è questo il diritto che vorrei rivendicare.

Il diritto di Esserci nei momenti importanti della vita, quelli belli e quelli meno.
Il diritto di vedere con i miei occhi e di capire, per quanto possibile alla mia età.
Il diritto di sapere che in certi momenti la famiglia si riunisce perché si sta in piedi solo spalla a spalla. Il diritto di portare allegria sempre, come solo i bambini sanno fare.
Il diritto di non essere sempre per forza preservati da tutto.

Ci sono cose dalle quali i bambini dovrebbero sempre essere preservati, cose dai nomi grandi, come Fame, Guerra, Sopruso. Ce ne sono altre invece alle quali, con la giusta delicatezza, possiamo essere pian piano introdotti.

Ieri Baddy era tutto acciambellato tra le coperte ed è stato strano vederlo così, del resto il cane più rompiballe e irrequieto del pianeta che giace immobile è di per sé un controsenso.
Però di sicuro ha sentito il mio odore e la mia voce e ha alzato un po' le orecchie, perché Baddy ha anche delle cose che ama di più nella vita, e una di queste sono io.

Forse tra qualche giorno mi diranno che Baddy è in cielo con gli angeli dei cani nel paradiso dei cani: non capirò fino in fondo cosa vuol dire, ma forse lo accetterò un po' di più.





 

martedì 5 novembre 2013

Prove tecniche di turpiloquio.

Avvertenza: questo post contiene un linguaggio esplicito e volgare che potrebbe urtare la vostra sensibilità.


Giocando con la giostra dei pesciolini.

- Uffa, questo gioco è troppo difficile. Porcaboia!


Guardando la tv.

- Alice, ma il fratellino di Peppa Pig piange in ogni puntata?
- Sì, è proprio un minchione.


In giardino.

- Alice, guarda che carino, c'è un ranocchio!
- Uh, non riesce a salire sul muretto.
- E no, poverino.
- Guarda come salta, che coglione.


Nella vasca da bagno.

- Ali dai, lavati bene con la spugna.
- Mamma?
- Eh.
- Lo sai cos'è la mia spugna?
- No.
- E' una merda.


Allora, chiariamo. 
Non è che la mia famiglia si particolarmente propensa a usare un linguaggio volgare, è che queste parole le sento in giro. 
E no, non ne conosco minimamente il significato.

Però è divertente piazzarle lì a caso, e vedere di nascosto l'effetto che fa.



P.S.
L'effetto rilevato finora si divide in 4 fasi in rapida successione:
Fase 1 - I Due si irrigidiscono facendo finta di niente;
Fase 2 - Si guardano sbigottiti spalancando gli occhi, continuando a fare finta di niente (ché non bisogna sottolineare tali atteggiamenti);
Fase 3 - Cominciano a trattenere le risa con smorfie malcelate;
Fase 4 - Trovano una scusa e scappano altrove scompisciandosi in risate prolungate e incontenibili, con tanto di lacrime.

Sì ridete, ridete pure.

giovedì 31 ottobre 2013

Il dottor Ditino.

Per il battesimo del mio cuginetto, domenica scorsa, la Ragazza mi ha fatto indossare un meraviglioso vestitino verde. Una punta di verde intenso e brillante. Sembravo un pisellino Findus.

Poi è successo che sono caduta e, non so come, mi sono procurata un brutto squarcio al pollice, che ha iniziato a sanguinare come una marea incontenibile.
In un attimo è stato il panico.
La Ragazza, in uno stato di nevrotica lucidità, ha sentenziato che serviva almeno un punto, e così siamo volati al pronto soccorso (ché tanto ormai siamo di casa).
Durante il tragitto, ho pianto talmente tanto e talmente forte, che mi sono addormentata.
E così abbiamo fatto il nostro teatralissimo ingresso in un pronto soccorso domenicale, prevedibilmente affollato, con la gente che al nostro passaggio si apriva come le tende del sipario. Tutti per un attimo hanno dimenticato i loro mali preoccupandosi di me, anche molto più di quanto il mio squarcetto meritasse.
Ma eravamo di una bellezza spaventosa.
Il Tipo Alto in giacca e cravatta, emaciato come lo Sposo Cadavere, con i capelli da pazzo e le mani insanguinate.
La Ragazza, con il suo abitino cipria impreziosito da pennellate di sangue a casaccio, le bikers e le calze smagliate, che come una Pietà leggermente punk portava in braccio questa bambolina di porcellana addormentata (forse svenuta?), con il suo vestito verde, oramai a fiori rossi.
Un perfetto quadretto di Halloween.
Ma niente panico ragazzi, me la sono cavata con due cerottini di nuova generazione e una fasciatura molto simpatica.
Per il vestitino verde dovremo aspettare i risultati della lavanderia.

P.S.
Vi state chiedendo perché il post si chiami “Il dottor Ditino”?
Ve lo spiego subito.
Per alleggerire la situazione e mandar via la paura, I Due si sono inventati la storia del Dottor Ditino, un medico specializzato in dita dei bambini, che sicuramente avrebbe curato la mia ferita senza farmi alcun male.
Quando siamo entrati in ambulatorio quelli, con la faccia come il culo, hanno annunciato a gran voce “Ecco il Dottor Ditino!”
Peccato constatare poi, con imperdonabile ritardo, che al Dottor Ditino mancasse effettivamente un ditino. L’indice, per l’esattezza.
Perché in quanto a figure di merda, ai miei genitori non li batte nessuno.

Il mio ditino di Halloween.

lunedì 28 ottobre 2013

Questo folle sentimento che.

Sottotitolo: l'amore ai tempi della materna.

M. B. 
Se non violassi la privacy di un bambino di 4 anni, lo scriverei per intero M. B.
E lo ripeterei tante volte quante lo nomino ogni giorno, M. B.

M.B. è l'unico bambino di sesso maschile della mia scuola non interessato esclusivamente a fare la lotta. 
È dolce M.B.
Cosí dolce che l'altro giorno, quando sono entrata in classe, era lì che dava il biberon a un bambolotto, così, senza pensarci troppo. 
Forse ho preso da mia madre, che ha sempre avuto un  debole per i papà, tanto da averne sposata uno, il mio.

È dolce e ha questi occhioni grandi M.B.

Quando lo incontro a scuola, mi appiattisco contro il muro e lo guardo di sottecchi, con il desiderio e il terrore che mi rivolga la parola. Ma lui non ci parla molto con me.

Quando torno a casa e ne trovo il coraggio, confido a mia madre che non ci parla con me M. B.
Lei mi dice di non preoccuparmi, che forse è solo timido e che quando mi conoscerà meglio ci parlerà con me M. B.

Io non so perché, ma spesso M. B. mi salta in mente e parlo di lui in continuazione.

Come ieri, mentre guardavo Cenerentola  con papà.

- Papy, ma come si chiama il Principe Azzurro? Ce l'ha un nome?
- Mmm, no lo so. Perché non ne diamo uno noi?
- Occhei, lo chiameremo M. B.
- CUOOFF COOFF COFF COFF...

E poi, non so perché, mio padre quasi si strozza con la birra.


M. B. e io.

mercoledì 23 ottobre 2013

La scuola materna: Welcome to the Jungle.

L'asilo nido... Si chiama nido proprio perché accoglie, scalda, coccola. Tre tate ogni 5 bambini, tate che ti seguono, ti cullano, ti accompagnano in bagno o ti cambiano il pannolino.

La scuola materna... Si chiama materna proprio perché... no, fermi un attimo, la scuola materna (perlomeno la mia) di materno non ha un emerito.

Arrivi e ci sono bambini nel salone, bambini nella cucina, bambini nel bagno, bambini nella saletta. Se sei fortunato, la maestra - che con una mano sta soffiando un naso, con l'altra sta colorando un foglio, con quell'altra sta separando due che litigano - alza una mano e ti dice ciao.

Prima di colazione scatta il pisciatoio: tutti in bagno da soli, porte aperte, chi fa la pipì, chi si lava le mani, chi fa la pipì senza lavarsi le mani, chi fa la pipì senza mani, chi si lava le mani senza fare la pipì.

Ci sono bimbi di due anni e mezzo e bimbi di cinque anni e mezzo, c'è chi prende i più piccoli sotto l'ala protettrice, chi i più piccoli non li fa giocare mai.

Però c'è un bel giardino. Su una discesa. Ripida. Con una rete in fondo. Roba che se cadi, ruzzoli per 10 metri e fai goal. 
L'importante è non prendere il palo. 
Un giardino senza erba. Brullo. Perché a noi la terra piace. E se piove, Peppa Pig può venire direttamente a farsi i fanghi.

Oh, del resto la vita è una giungla, è importante capirlo da subito.

Per fortuna che a scuola materna c'è Giulia, la mia migliore amica. 
Stiamo sempre insieme, perché in due si sconfiggono anche i leoni.









giovedì 17 ottobre 2013

Il Ciclo Blues.

Si parla spesso, anche se mai a sufficienza, di Baby Blues, quella sensazione di malinconia post parto che può colpire le donne subito dopo la nascita del loro bambino.

Tranquilli, non voglio parlare di questo (ho solo 3 anni, dai!), ma vorrei partire da qui per raccontarvi di un disturbo che affligge, una volta al mese, la nostra famiglia. 
Noi abbiamo il "Ciclo blues", perché mia madre soffre di sindrome premestruale.  

La parola "ciclo" si addice perfettamente ai suoi sintomi, che si ripetono ogni mese con la stessa cadenza.

- 10 giorni prima. 
Casa nostra si riempie di ogni possibile leccornia: barattoli di Nutella, wafer ricoperti di crema di nocciola, biscotti farciti, tavolette di cioccolato su crackers salati (una roba veramente zozza, ve lo dico), le finestre diventano di zucchero, i fiori di caramelle e i muri di marzapane.

Il Tipo Alto torna a casa, apre la dispensa e viene colpito da una cascata di tavolette di cioccoblocco da 2 kg/cad. Poi chiede con aria retorica: "Ti devono arrivare le tue cose?!"
La sera, lei si nasconde dietro l'anta della credenza.  
"Cosa stai mangiando?"
"Gnuente, cronch cronch."

- 5 giorni prima.
La musica cambia. Il tasso di incazzevolezza di mia madre raggiunge livelli di guardia. A ogni passo può traboccare. E trabocca, oh se trabocca. Trabocca per un nonnulla. Il problema è che lei ne è consapevole, ma non può farci niente. 
L'animo di una stronza dentro al corpo di una santa (?!).

Così capita che mi faccia scenate enormi per vere piccolezze, urlandomi contro improperi esagerati, mentre con gli occhi mi implora: "Perdonami amore, non è colpa miaaaaa, buahhhhh, non sono cattiva, è il ciclo che mi rende così!"

Insomma, 'na pazza.

- 1 giorno prima.
Piange disperata perché le si è spezzata un'unghia, oppure perché il paziente di Derek Shepherd è morto (capirai, in quell'ospedale di Seattle ne accoppano duo o tre a puntata, come minimo).

- Durante il ciclo.
Si lamenta. Si lamenta perché le fa male la pancia, perché è grassa, perché ha troppi capelli, perché nessuno la capisce, perché piove, perché c'è traffico, perché la terra è tonda.

Quindi, considerando che tutto ciò dura circa 15 giorni, mia madre passa metà della vita a essere una persona normale e l'altra metà a essere una stronza totale. Una buona percentuale, direi.

Ma noi non abbiamo solo il Ciclo Blues, abbiamo anche il Maltempo Blues, perché la meteoropatia è la caratteristica principe che mi accomuna alla mia genitrice.

Pensate mia madre con le sue cose quando fuori piove. 
Bene. Adesso pensate a mio padre. 
Che culo, eh?!


"Manuel, hai fatto l'errore più grande della tua vita" recitava un avvertimento su una panchina.
Uomo avvisato...

giovedì 10 ottobre 2013

Maritati. Vi racconto la mia.

Iniziavate a pensare che fossimo stati attaccati dall'esercito dei ragni, vero?
E invece no, siamo tornati e siamo tornati maritati. E sì, perché adesso il papà è il marito della mamma, la mamma è la marita del papà e io sono la marita più marita di tutti!

Volete conoscere tutti i retroscena del matrimonio del millennio (altro che Belen)?
Bene, sono qui per questo.

Per prima cosa vorrei tranquillizzarvi: la sciagura che tanto preoccupava mia madre non si è verificata. Non ho piantato un casino nel bel mezzo della cerimonia per poter indossare anche io il tanto famigerato velo. Nossignore. Dopo un lavaggio del cervello durato settimane, ho capito che il velo bianco è una cosa da adulti e l'ho archiviato alla voce "cose che posso fare quando divento grande" come masticare chewing gum e bere il liquore. 

Nessuno aveva fatto i conti però con un altro oggetto che avrebbe potuto attirare la mia attenzione e la mia bramosia. Il bouquet.

Bene. Era un tranquillo sabato mattina di settembre. Mia madre, alla vista del sole brillante nel cielo e sullo schermo del Meteo.it, aveva sfoderato un sorriso a 36 denti, che nulla avrebbe spento per il resto della giornata. O così almeno sperava prima dello squillo del citofono.

(Segue cicaleccio accorato creato dalle circa 10/15 donne presenti in quel momento a casa di mia nonna. Non vi dimenticate che siamo in Puglia.)

Bzzz. Chi è? Il fioraio. Uhhh, il fioraio, il fioraio, fallo salire. Buongiorno. Che bei fiori. Sì, che bei fiori. Bellissimo il bouquet. Bellissimo, bellissimo. Ma dov'è il bouquet? Lo ha preso Alice. Come Alice? Alice, dove vai? I fiorellini non sono per te. Alice, non fare così, vieni qua. Alice, Alice! LO VOGLIO IO, è MIO, è TUTTO MIO!!

E così sono scappata via brandendo il bouquet, mi madre (già vestita di bianco) partiva al mio inseguimento, mia zia (con metri di velo tra le braccia) rincorreva mia madre, mia nonna correva dietro mia zia, le amiche di mia madre chiudevano la fila sgambettando sui tacchi, il fotografo se la rideva sotto i baffi. Una bella scena. Con in sottofondo la colonna sonora di Benny Hill sarebbe stata perfetta. 

E poi? Poi niente. Mi sono fatta convincere. Ho mollato il malloppo floreale e tutto è tornato alla normalità, senza che il trucco di mia madre si crepasse, senza che un capello uscisse dall'acconciatura.

Il resto della giornata è stato incredibilmente leggero e divertente (anche se non ha più toccato i picchi di ilarità raggiunti con "la folle corsa"), ho ricevuto anche io il mio anellino da matrimonio, ho giocato con tutte le mie cugine, corso, saltato, ballato, il tutto a piedi nudi e con una parrucca gialla fluorescente in testa.

E niente, come ha scritto quella boccuccia di rosa di mia madre, sposarsi è una figata pazzesca!









P.S. Pss pss hei, vi svelo un altro pettegolezzo. 
Ho scoperto che I Due sono collezionisti compulsivi di cicchetti del prete. 
Dopo essere stati bacchettati in occasione del mio battesimo per un leggerissimo ritardo, si sono fatti cazziare anche il giorno del matrimonio perché, durante il sacro momento della benedizione, non potevano fare a meno di guardarsi e sghignazzare contenti, come due compagni di banco in preda alla ridarola.

Meno male che, almeno io, sono una persona seria. 

mercoledì 17 luglio 2013

L'esercito dei ragni.

Vi ho già raccontato della strana (e tutta sua) vena animalista della Ragazza.
Questo rifiuto di fare del male agli animali si esprime ai massimi livelli con i ragni.
Lei i ragni non li ammazza mai. Li aspira con il tubo dell'aspirapolvere.
Come se così facendo riuscisse davvero a salvarli, come se così facendo non li mandasse lo stesso all'altro mondo. Un altro mondo. 
E' proprio questo che immagino esserci all'interno del bidone dell'aspirapolvere, un altro mondo buio e polveroso in cui i ragni aspirati, incazzati neri, si rifanno una vita con il solo, unico e nobile scopo della vendetta.
Alcuni ragni nel bidone ritrovano la propria famiglia, altri, dopo lo sconforto iniziale, scelgono un compagno animati dal cieco obiettivo di accoppiarsi, riprodursi, proliferare. 
I ragni nel bidone dell'aspirapolvere sono tanti. E si moltiplicano sempre di più.
In quel microuniverso dominato dall'oscurità hanno costruito scuole, villaggi, ma soprattutto caserme.
Gli anziani, più dotati di memoria, insegnano ai più piccoli la geografia della nostra casa, le abitudini della nostra famiglia, in una materia propedeutica per ogni classe che si chiama "Conosci il tuo nemico". L'unico libro che si studia nelle scuole è L'arte della guerra di Sun Tzu (che nella vita precedente era un ragno, è sicuro). 
Le donne, astute e dotate di malizia, tessono strategie sempre più ingegnose e i giovani adulti ricevono rigidi addestramenti sulle arti marziali, le tecniche ninja, l'ipnosi, la lotta libera, la guerriglia urbana. 
Per affinare le tecniche di combattimento corpo a corpo si dice che alcuni ragni si incontrino in club clandestini in cui passano le serate a darsele di santa ragione. Ma di questo non si può parlare, è la regola numero 1.
I ragni nel bidone non hanno bisogno di armi e munizioni. Loro contano sulla quantità.
Ogni volta che l'aspirapolvere entra in funzione, loro ricevono cibo e nuovi adepti, nuovi compagni con cui proliferare e ottenere nuovi adepti. L'esercito dei ragni è numeroso e compatto e si espande con una velocità straordinaria. Se non hanno provato sulla loro pelle l'esperienza della "aspirazione" perché nati all'interno del bidone, i giovani ragni ne hanno sentito parlare fin dalla più tenera infanzia e come i ragni anziani sono incazzati abbestia e come loro vivono in funzione dell'unico obiettivo della vendetta.

Quindi, se si dovessero perdere le nostre tracce per qualche giorno senza motivo apparente, sappiate che mio padre ha cercato di cambiare il sacchetto dell'aspirapolvere.
In quel caso, addio.








venerdì 12 luglio 2013

#Matrimonioa3

Ci sposiamo.
Ebbene sì, ve lo dico, non è più un segreto.Ci sposiamo.
.... Sì, non è che l'abbia capita proprio bene questa storia del matrimonio.
I Due dicono che sarà una grande festa della nostra famiglia, dove tutte ma proprio tutte (speriamo) le persone che ci vogliono bene festeggeranno insieme a noi ... Noi.
All'inizio questa storia non mi andava molto a genio, non si parlava d'altro: e la mamma e papà si sposano, e il vestito, e la chiesa, e gli invitati, e il ristorante... E io? Dove mi colloco IO?
Così, dopo aver inscenato tragedie greche al solo suono delle parole matr... spos... ecc (ma proprio pianti disperati, isterici, infiniti - sì ho dato il meglio di me -), dopo aver preso a morsi un abito bianco indossato da mia madre (che sospettavo essere il famigerato vestito da sposa), I Due hanno capito che bisognava parlarne. Con me.
Un giorno, passeggiando, mia madre mi ha chiesto: "Alice, cosa c'è che non va? Perché non ti piace l'idea del matrimonio?" Io le ho detto la verità: "Perché anche io voglio sposarmi con voi." Lei mi ha abbracciata stretta e ha detto: "Ma certo Alice, certo che anche tu ti sposi con noi." 
E da quel giorno le cose sono cambiate. 
Non è più il loro matrimonio, ma il NOSTRO matrimonio. Le parole, e in special modo gli aggettivi possessivi, sono importanti.
Adesso sono più tranquilla. Certo, ancora non mi è proprio tutto chiaro, ma qualcosa la so.
Lei avrà un abito bianco. E anch'io.
Lei avrà le scarpe bianche. E anch'io.
Lei arriverà con il nonno Enzo. E anche io.
Io entrerò prima di tutti insieme alle mie cuginette per portare cestini di fiori.
Loro si siederanno di fronte al parroco dinnanzi all'altare, mentre io andrò a sedermi con i nonni sulle panche più in là.
O almeno questo è quello che credono LORO.
In realtà andrà così. Riformulo.
Loro si siederanno di fronte al parroco dinnanzi all'altare. E anch'io.
Sarà una cerimonia molto, molto interessante.

Foto di Julia Rice - Pinterest




martedì 9 luglio 2013

Lettera aperta a VOI.


Ciao a tutti, è la Ragazza che vi parla. 


Mi intrufolo di nuovo nel blog di mia figlia perché sento forte qualcosa che vorrei esternare, condividere. E' una palla calda posizionata proprio tra il cuore e la gola, è un sentimento che mi fa sorridere, sospirare: è gratitudine. Gratitudine per voi che leggete questo blog, chi spesso, chi periodicamente, chi quando intercetta un post su Facebook, chi quando può o si ricorda, e legge tutti i post da dove aveva lasciato fino alla fine e a volte, già che c'è, se lo ripassa tutto, d'un fiato.

Provo una profonda gratitudine per tutti voi, perché non mi capacito di quanto affetto riusciate a provare per questo piccolo blog e a trasmetterlo a me e ad Alice. Un entusiasmo che a volte mi sembra quasi immotivato, esagerato, immenso, e io mi sento piccola e mi sorprendo a pensare: perché? Cosa c'è di speciale?
Mi sembra quasi che per alcuni di voi questo blog sia IMPORTANTE.

Ma io non faccio altro che scrivere diari, come ho sempre fatto nella mia vita, solo che adesso lo faccio pubblicamente e ho scelto di interpretare non il mio di pensiero, ma quello di Alice. 

Non è la quantità di voi che mi lascia stupita, ma la QUALITA' del vostro affetto. Ci siete sempre, perdonando gli improvvisi e prolungati silenzi, l'incostanza, l'incoerenza, la mancanza assoluta di un piano editoriale. Mi avete trovata, anche se non ho mai usato keyword né ho mai badato al SEO.

E per questo mi sento in colpa. Forse ve la dovrei un po' di costanza, ma come faccio ad applicare un piano editoriale ai pensieri di una bambina? Se c'è qualcosa che ci ha colpito, un pensiero che ha elaborato, io lo riporto, altrimenti no.
E in questo periodo anzi mi chiedo se sia sempre così interessante. Forse era più divertente leggere di un'infante di 5 mesi alle prese con il raffreddore e i primi denti, piuttosto che di una bimba che ti spiazza con ragionamenti lucidissimi e punti di vista a cui tu non eri arrivato. Tutti i bambini di 3 anni esprimono meraviglie e tutti i genitori restano con la bocca aperta. Non ho inventato niente. Non c'è niente di speciale. 
Però Alice è cresciuta e anche il blog è cambiato, non posso più cercare di interpretare i suoi pensieri, i post me li porge, belli che fatti, su piatti d'argento. E io continuo a scriverli e a condividerli con voi. Non so per quanto tempo ancora questo gioco possa funzionare. Ma navighiamo a vista, il blog è gratuito e io non ho niente da perdere, a parte voi.

Voi che mi scaldate il cuore come un'onda incredibilmente potente.
Voi che siete un numero ristretto, ma che forse, proprio per questo, mi sembra di conoscervi per nome. Uno a uno.
E in ognuno di voi posso intravvedere qualcosa di speciale.

Come il professore che fa leggere i post di Alice in classe. In una scuola media. E non è speciale perché fa leggere i NOSTRI post, ma perché cerca per i suoi ragazzi qualcosa di diverso dall'"imposto", qualcosa che "viola e contraddice ogni statuto di vita studentesca" (parole sue). E poi che è speciale lo si capisce anche dal suo blog e io spero davvero che Alice possa trovare un insegnante come lui, uno che ama il proprio lavoro, che ti fa appassionare alle cose, perché quel tipo di prof ti cambia la vita. In meglio.

E poi c'è il mio di prof, che dal liceo si ricorda perfettamente di me, di tutta la 3B, ed è sempre presente come allora, e non si perde un post, come noi non ci perdevamo le sue lezioni di letteratura latina.

E c'è il mio cliente preferito (e lui lo sa chi è) che ha i suoi post preferiti e mi dà sempre consigli gioiello.

E c'è mio padre, che appena pubblico qualcosa, è il primo a cliccare Mi Piace e mia madre che non lo fa solo perché lei non ce l'ha il profilo Facebook.

E c'è la mia nuova grande amica, che con il suo occhio di lince mi fa anche da correttore di bozze, perché legge i post prima di tutti.

E le mie amiche, che sono quelle del ripasso, perché prese da mille impegni, quando passano da qui fanno il pieno e leggono tutto quello che si erano perse.

E infine ci sono le mie nuove amiche, che da virtuali si sono trasformate in reali.
Sono le mamme blogger, quelle con cui condivido l'insana passione di raccontare la vita privata in pubblico.

Qualcuno dice che un blog deve offrire un servizio, deve essere utile, che le proprie vicende quotidiane non interessano a nessuno, a meno che tu non abbia una vita fichissima.
Ma io non la penso così. Io credo che la differenza stia nel COME la racconti la tua vita, e ci sono persone che sanno far sorridere scrivendo di una lezione di nuoto o ti fanno commuovere raccontando dell'amore al tempo della scuola materna.

Sono cose preziose, messe a disposizione di tutti, di chi vuole leggerle, di chi si affeziona a quelle storie così straordinariamente normali. E a queste persone io mi sento di dire grazie. E non perché loro si prendono la briga di leggere ME, ma perché io posso leggere LORO.

E' un post lunghissimo, lo so. Ma mi sento meglio, credo.

Sentivo la necessità di fare il punto con voi e soprattutto di dirvi sinceramente GRAZIE.
Questo è un blog a conduzione famigliare, perché siete calorosi e presenti come una famiglia.

Grazie, vi abbraccio tutti!

*Ringrazio ovviamente anche tutte le persone che (ancora) non conosco, che sono passate qui per caso o per sentito dire e che sono rimaste con noi, magari in silenzio. Lo so che ci siete e anche a voi dico GRAZIE.

domenica 23 giugno 2013

Walt Disney non ha capito niente.

Interno, sera.
Sto seduta sul tappeto e mi guardo le Crocs che, da una scarpina all'altra, raffigurano l'intera gamma delle Principesse Disney.
Rifletto.
Si formulano i pensieri più riusciti e le domande fondamentali guardandosi i piedi.
- Mamma?
- Sì?
- Perché loro non hanno bimbi?
- Chi? Cosa?
- Perché queste qui non hanno figli?
- No, amore, probabilmente li hanno anche loro, solo che la favola racconta una parte della loro vita, di solito quella in cui incontrano il principe, si innamorano e si sposano. 
Poi magari i figli li hanno anche loro. Solo che...la favola finisce prima.
- E perché? Non è proprio allora che comincia il bello?





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