Visualizzazione post con etichetta pensiero bambino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensiero bambino. Mostra tutti i post

venerdì 21 febbraio 2014

La definizione di destino.


Passeggiando con la Ragazza, canticchio la sigla di Peter Pan.



- Si dice "destino".

- Destino? E che cos'è il destino?

- Eh, che cos'è il destino?

- Boh, io non lo so.

- Che cos'è il destino. Il destino è la storia personale di ognuno di noi. 
(In gioventù deve aver letto Coelho).

Prosegue.
- E' quella combinazione di scelte, eventi, caso, fortuna, che ci fa arrivare dove siamo. 
Puoi decidere tu se sia più di una questione di scelte, più di caso o di fortuna.

- …

- Ad esempio. Il mio destino mi ha portata a lavorare a Sassuolo, conoscere e innamorarmi di tuo padre, avere una bimba bella come te. 

- È un po' come decidere cosa fare da grande.

- Sì, una specie, perché il destino spesso siamo noi a crearcelo.

- Beh, allora nel mio destino, quando sarò grande, voglio bere caffè e liquore, masticare chewing-gum, sposarmi con te e papà ma con il velo, fare l'artista e la pescatrice di polipi.

- Certo amore, del proprio destino ognuno è l'artefice.



- Ah, e voglio essere mamma.


martedì 23 aprile 2013

Dalla culla al lettino, vi racconto la mia.

Qualche tempo fa avrei voluto scrivere un post che iniziava così:

Salve sono Alice e sono un'insonne. Dicono che ammettere di avere un problema significa risolverlo per metà, ma non credo che questa metà possa più bastare alla Ragazza e al Tipo Alto.

Avevo circa 5 mesi e I Due erano davvero provati da giorni e giorni di sonno intermittente, un sonno stroboscopico: non proprio il massimo per la sanità mentale, direi. Gennaio si avvicinava e confortati dalla frase Anno nuovo, vita nuova, I Due presero LA DECISIONE: dopo le vacanze di Natale sarei passata dalla culla nella LORO camera, al lettino nella MIA stanza. Un cambio epocale. 
Puro panico.
Per trovare aiuto e conforto in questa fase delicata, La Ragazza e il Tipo Alto si erano affidati al Libro dei Libri, alla Bibbia della Nanna, un volumetto di cui almeno una volta nella vita ogni genitore ha sentito parlare. Non lo citerò in questa sede, servirebbe?

Risultato? 'Na tragedia. Un gennaio di pianti. Piangevo io e tanto, piangevano loro nell'altra stanza, abbracciati, confusi sconsolati. Con una tabella giorni/minuti tra le mani e una serie di indicazioni oserei dire marziali, al cui cospetto le frecciatine di Tata Lucia sarebbero sembrate carezze per l'anima.
Non voglio demonizzare in toto l'Opera, ci sono stralci davvero chiarificatori, come quello che ti fa capire perché un bambino deve addormentarsi e svegliarsi nello stesso posto: sareste contenti voi di addormentarvi nel vostro letto e svegliarvi nella vasca da bagno? Vi piglierebbe un colpo, come minimo!

Un'altra cosa che avevamo adottato grazie al libro era Il Rito: ogni sera al momento della nanna ripetevamo sempre gli stessi rassicuranti gesti. Il nostro rito consisteva nel salutare tutti i pupazzetti che vivono nella mia camera. Ma tutti, eh.
Un rito di mezz'ora, praticamente.
E poi arrivava il momento della ninna nanna. 
Cantata da entrambi. A due voci. Un duetto.
Due voci totalmente disarmoniche. Lei per seguire lui sceglieva di posizionarsi su qualche mezzotono più in basso, ma ogni tanto le scappava un acuto totalmente privo della benché minima grazia. Lui invece era costretto a una specie di -comico- falsetto. 
Ne scaturiva una nenia inascoltabile, piacevole come lo stridere del gesso sulla lavagna. Avrei preferito l'intera discografia di Gigi D'Alessio.
Però funzionava. La ninna nanna è stata la chiave di volta. Dopo due secondi dormivo. Loro, raggianti e soddisfatti, mi davano un bacino e uscivano.
E io potevo riaprire gli occhi. Perché no, non dormivo davvero, facevo solo finta. 
E ci credo. Ci pensate se l'avessero cantata di nuovo? 

Questo è stato il mio passaggio dalla culla al lettino.
Da allora ho imparato a dormire nella mia stanza da sola tutta la notte, salvo di mattina presto rifugiarmi nel lettone per le coccole. E questo sì che è un bel rito.


Questo post partecipa al Blogtank di Donna Moderna  
http://bambino.donnamoderna.com/blog-tank/culla/


lunedì 22 aprile 2013

Bella lì, raga.

- Mamma ho le mani appiccicose, mi passi una salvia?

(intendi: salviettina umidificata)

- Ma quando arriva l'estate potrò mettere le mie infràdi?

(intendi: infradito)

- ok mi lavo i denti, ma lo tengo io lo spazzolo.

(intendi: spazzolino)

- Vieni con me, sto giocando con le bambo e i pupa.

(intendi: vabé avete capito no?)


Beh, cos'è quella faccia? 
Gli adolescenti possono, e io che c'ho quasi 3 anni no?




mercoledì 10 ottobre 2012

Botta e risposta.

Gli adulti parlano, parlano, parlano sempre, ma ci vuole poco per farli rimanere senza parole.

Dal gelataio.
“E tu Ali che gusti vuoi?”
“Panna fondente e cioccolato montato”
“…”

Al parco.
“Ma che bel bambolotto! Come si chiama?”
“Ernesto Gibestroni”*
“…”

A casa. Giocando con i burattini del lupo e i tre porcellini.
“Toc toc”
“Chi è?”
“Sono il LUPO!”
“Ah! E cosa vuoi lupo?”
“Niente”
“…”

In banca.
“Ciao signore”
“Ciao bella bimba”
“Vorrei dei soldi”
“Ah, sì? E quanti ne vorresti?”
“Tanti”
“…”

Che poi l’importante nella vita è avere le idee chiare.


*La colpa di questa risposta è da attribuire interamente al Tipo Alto e alla sua mania per Paolino Ruffini.

mercoledì 12 settembre 2012

Però mo' non esageriamo.

La mia cuginetta Giulia ha un fratellino nuovo di pacca.
Questo avvenimento deve aver toccato molto la Ragazza, perché l'altra sera ne ha voluto parlare con me.
- Alice, e a te piacerebbe avere un fratellino? (Occhioni brillanti e sorriso languido)
Ci penso. È un affarino carino, come Cicciobello, solo più morbido e con meno capelli. E non è che smetta di piangere ogni volta che gli schiaffi in bocca il ciuccio, però quasi, direi che si può fare.
- Mmm sì.
- Davvero? (si illumina, poi riflette) Però poi lui vuole stare tanto in braccio a mamma, va bene per te?
- Sì.
(cioè, aspetta un attimo)
- Però anche io voglio stare un po' in braccio a te, perché sto diventando grande, ma sono ancora piccola.

lunedì 10 settembre 2012

Sto crescendo troppo in fretta.

Cof - Cof, Cof - Cof, E... E... Etciù!


Quanta polvere che c'è in questo blog. Procedo con un fazzoletto sulla bocca, facendomi largo tra le ragnatele. Sembra una casa abbandonata, se parlo ad alta voce si sente l'eco. Dovrò riconquistare i miei lettori uno a uno. Ma non pulirò i vetri raccontandovi delle mie vacanze, né metterò fiori sul davanzale elencandovi i buoni propositi per l'anno nuovo (che inizia a settembre, inutile negarlo), quello che farò è soffiare via un po' di polvere dalla tastiera per condividere con voi, se vi va, un ragionamento fatto in estate, un pensiero profondo.


Eccolo: sto crescendo troppo in fretta. Troppo in fretta, davvero. Me ne accorgo da come mi guardano Quei Due. Sono ammirati eppure spaventatissimi. Non stanno al passo, arrancano.
Quante volte li ho sorpresi a scambiarsi sguardi allucinati e facce da candid camera o darsi delle gomitate come le comari di paese. E tutto perché magari ho detto "Vorrei che mi leggessi il libro della gallinella rossa" con una doppietta congiuntivo-condizionale che neanche all'Accademia della Crusca, o perché il giorno prima calzo il 23 e quello dopo il 25, oppure ancora perché so perfettamente che il protagonista del libro che sta leggendo mia madre si chiama Montecristo e quello di mio padre Dalia Nera. Cosa c'è da meravigliarsi tanto? Me lo hanno detto una volta e io mi ricordo, assorbo, immagazzino, faccio mio.
Sono sempre un passo indietro ai miei passi avanti.
Così, mentre la Ragazza è ancora lì che legge le istruzioni dei braccioli per sincerarsi che vadano bene per il mio peso, io li ho già infilati e sguazzando sguazzando sono già quasi alle boe. E lei, tac - bocca spalancata. E mentre il Tipo Alto sminuzza i miei spaghetti, io ho già afferrato i suoi con la forchetta e, anche se ancora non so proprio avvolgerli come nella pubblicità della Barilla, li mangio tutti interi, succhiandoli come nei cartoni giapponesi e dimostrando che non ho più bisogno di queste precauzioni. E lui, tac - occhi sgranati. E nel momento stesso in cui si accorgono che oramai esprimo concetti sensati e interi, io li stupisco con effetti letterali speciali, raccontando una storia con capo, coda e tante avventure tutte intorno. E questo li strabilia. Non solo sgranano gli occhioni e restano a bocca aperta, ma continuano a parlarne per giorni, come se fosse il fenomeno più incredibile della storia. E ne parlano e lo raccontano con immenso entusiasmo e una punta mal celata di malinconia.
Ma no, non c'è niente di strano. E' solo che sto crescendo. E non posso andare più piano.



Le mie scarpe n. 25.






mercoledì 27 giugno 2012

I miei sette nani.

Ecco l'elenco dei miei sette nani, commentato dalla Ragazza.

Mammolo (e fin qui), Dottolo (quasi), Nocciolo (Alice...), Caccolo, Broccolo, Rantolo (sì, il nano che non si sente molto bene), Bandolo (Della Matassa, eccerto).

venerdì 9 marzo 2012

DI PANCIA. (e non è un post sul cibo).

Facciamo un test. Se vi dico di pensare a una donna che aspetta un bimbo, quale immagine vi viene in mente per prima? Ma no le caviglie gonfie, dai! Pensavo a qualcosa di più dolce, di più poetico. Una mano posata sulla pancia, bravi!  Le donne in dolce attesa hanno spesso una mano sulla pancia, la accarezzano, la sorreggono, la coccolano, la tastano per assicurarsi che sia tutto a posto. A volte rispondono a un piccolo colpetto e negli ultimi mesi anche a qualche calcio ben assestato (oh, a un certo punto si comincia a stare stretti là dentro, ve lo dico io).

Io penso però che tutti dovrebbero toccarsi la pancia più spesso. La pancia è il centro delle nostre emozioni. Ok la testa pensa, ragiona, sogna, si arrovella. Il cuore palpita, si strugge, salta in gola, si spezza, fa il melenso. Ma arrivano sempre dopo. Il primo motore delle nostre emozioni, degli istinti primordiali, più animali, è la pancia. Sfarfalla se siamo innamorati, si contrae se abbiamo paura, brontola semplicemente se abbiamo fame.
Dovremmo fermarci ogni tanto e chiederci “Come sto? Adesso lo domando alla mia pancia.”

                                                           

venerdì 24 febbraio 2012

Chiamiamo le cose con il proprio nome. Con il proprio nome proprio.

Nel vocabolario dei bambini non esistono nomi comuni. Sarà che stiamo imparando a parlare adesso, ma per noi ogni parola è speciale, indica qualcosa di speciale, di unico.
Avete mai notato? Noi non diciamo mai un coltello, un tappeto, una mela. Noi diciamo il Coltello, il Tappeto, la Mela. Salutiamo sempre tutti e tutto e ci rivolgiamo alle cose dandogli del tu.
Ciao Mister Coltello, io non ti posso usare: solo gli adulti possono, Mister Coltello.
Hey Signor Tappeto, guarda che qui hai una piegolina, adesso ti metto a posto così stai più comodo, Mister Tappeto. Ohi Vento, non mi scompigliare i capelli, Vento!
Nel nostro mondo ogni cosa è animata (e anche un po' illuminata) proprio come ne La bella e la bestia o nel fumetto della Pimpa. I suoi disegni non fanno altro che tradurre la realtà in cui noi bimbi viviamo.
Per certi adulti esistono solo nomi comuni. I nomi comuni iniziano con la lettera minuscola, quindi non hanno molta importanza. Certi adulti non salutano mai niente, spesso non si salutano neanche tra di loro.
Io non voglio mai dimenticare di salutare il Sole, lo Spazzolino, l'Albero davanti Casa.

giovedì 5 maggio 2011

Buongiorno dottoressa.

Buongiorno sì, buongiorno dottoressa. Come andiamo? Bene, non lo vede? Scoppio di salute. Sì, certo lo so, sono sempre più bella, come non notarlo? Ma tagliamo corto con queste ovvietà. Guardi, oggi non mi ribellerò, lo giuro. Mi spogli pure su quel lettino coperto da carta vetrata, più spessa e ruvida delle salviette dell’Intercity, che oggi non battezzerò neanche con la mia urina santa; mi pesi pure su quella bilancia fredda e gelida dell’anteguerra, che come fa a decifrare gli ettogrammi lo sa solo lei; mi misuri la circonferenza della capoccia con quella specie di cappio tagliente; mi ispezioni senza indugio le cavità auricolari con quel suo lanternino appuntito e ascolti, mi sbilancio, mi cacci pure in gola quello stecco del Magnum essiccato schiacciandomi impunemente la lingua, tratterrò gli inevitabili conati di vomito, non piangerò, non urlerò, non emetterò alcun gemito, ma la prego, la prego dottoressa, mi dica cosa sta succedendo alla mia bocca. Ho le gengive più gonfie degli zigomi della Moric, secerno quantità di saliva che neanche Vendola quando saluta gli assessori di Sassari e Sassuolo, sento delle entità dure come pietruzze che bussano sulla pelle delle mie gengive. Ma che succede?  I denti, capisco sono i denti, tutti a una certa età hanno i denti. Va bene i due incisivi che sono cresciuti sotto, sono anche carini, ma dottoressa in alto ne sta spuntando solo uno. Sembro la nipote della befana, dottoressa. Mi aiuti, dottoressa.

Fammi crescere i denti davanti. Magari due alla volta.


lunedì 22 novembre 2010

La Storia della Mia Vita.

Ho preso una decisione. Voglio scrivere un libro. La storia della mia vita. Siiiì lo so, lo so, è una roba che hanno fatto tutti, da Silvio Pellico a Loredana Lecciso, da Adolf Hitler a Antonella Clerici. Ma avrei potuto anche decidere di scrivere un saggio sulla politica alla Bruno Vespa, o una raccolta di vignette satiriche che non fanno ridere alla Forattini. Invece no, voglio scrivere proprio Le Mie Memorie e per farlo utilizzerò questo blog come quaderno d’appunti, per l’appunto. Ma non preoccupatevi, cari i miei followers, continuerò lo stesso a raccontare quello che mi capita in questa strana avventura indecifrabile che chiamate quotidianità. 

venerdì 19 novembre 2010

Diamine, ho il raffreddore.

Non mi avranno. Non mi avranno mai, né me, né il mio naso. Ho il raffreddore per tutti i ciucci e mi cola il naso, non respiro. La Ragazza e il Tipo Alto stanno architettando una serie di ridicole offensive per cercare di sturare lo sturabile, ma io sono più sfuggente di un’anguilla del Mar Baltico. 
Ragazza mia, ma non te ne accorgi? Questo strumento ci umilia entrambe*, anzi più te che me.  Aspirare le mie secrezioni nasali con un tubicino che ti va a finire dritto in bocca. Ho sentito dire che c’è una sorta di filtro che dovrebbe scongiurare l’accidentale ingestione di muco e caccole, ma fossi in te cara mia, io non mi fiderei. 
Per combattere le ripetute incursioni alle froge del mio naso ho messo in atto un piano. L’ho chiamato: “Sonno Zero – chi dorme se la piglia in ‘tu naso”. Vietato dormire, tutta la notte: occhi spalancati, sguardo guardingo. Parola d’ordine: lu-ci-di-tà. E poi, che diamine, il muco è mio e me lo gestisco io. Vedremo chi vincerà.
Per  primo scende in campo il Tipo Alto - come posso resistergli? - faccio finta di addormentarmi giusto per assecondarlo, ma appena mi posa nella culla alzo la testa e con lo sguardo dico: “Hei, ma non è ora di giocare?”. Si arrende (deve lavorare domani lui), e la palla (cioè io) passa alla Ragazza. È più furba di quanto credessi, mi stende su quel tavolo del cambio, mi lusinga con i suoi soliti giochini e mi sferra un attacco a sorpresa. Ma cos’è? Uno spray. Prima che possa dire “ghi-gu” mi placca con una mano e con l’altra mi spara una roba bollicinosa che dalle narici arriva dritto fino al cervello. “UUUUAHHAAAAAAAA” grido senza pietà e mi struggo in un pianto disperato. Ma lei mi prende su e inizia a cullarmi, dolcemente, sempre più dolcemente, e poi attacca con La Canzoncina. Maledetta.
La Canzoncina è una litania più letale di una puntata di Marzullo, più  zuccherosa di un marshmallows, più insensata di un film di Gondry. Nel testo, totalmente improvvisato, lei mi consiglia di sognare il polipetto, la sogliolina, la seppiolina, oppure l’orsetto, il castorino, passando in rassegna a seconda della serata tutta la fauna del mare, del bosco, del cielo, della fattoria, e dipingendomi un quadro fantastico in cui tutti gli animaletti mi sorridono e mi fanno ciao. Che trip. Il tutto poi con una melodia monocorde che trasforma lei, gracchiante come Ciuchino di Shrek, nella sirenetta Ariel.
Non cederò ai suoi ricatti: resto imperterrita, sono una poppante tenace io. Lei intanto mischia i gruppi animali: il pesciolino con lo stambecco, la gallina con il pinguino, la stella marina con l’asinello e compaiono specie mai sentite prima: l’iguana, la cernia, la cozza. Ormai è andata, mi sa che le viene anche da piangere. Piano piano provo a chiudere gli occhi, ciuccio un po’ la sua maglia, le prendo i capelli corti sulla nuca. E mi addormento. Sono le 5:30 del mattino.

giovedì 18 novembre 2010

Tanto per cominciare, mi presento.

Ciao, sono Alice. Sono nuova di queste parti. Sono arrivata il 2 Giugno di quest’anno e da 5 mesi e mezzo sto cercando di capire come funzionano le cose qua giù. Per adesso la faccenda mi sembra abbastanza semplice e risponde a meccanismi di causa-effetto precisi ed elementari. Hai  fame, piangi; hai sonno, piangi; ti annoi, piangi; ti prude un dito del piede, piangi. Le reazioni a questa mia azione di pianto sono essenzialmente tre.
Uno: si materializza lei, la Ragazza, la tipa che vive con me. Ce l’ho sempre davanti, a cominciare dalla mattina appena apro gli occhi. Non so perché quando mi addormento mi mettono in una culla piccola piena di veli e pizzi sangallo e poi la mattina mi ritrovo in un letto enorme e ho davanti lei. La ripetitività matematica dell’evento è talmente ovvia che ogni volta mi viene da ridere, allora ride anche lei e ridiamo tutti insieme, poi mi riempie di baci dappertutto e mi fa un solletico bestia. Allora io le stropiccio la faccia, le metto le dita nel naso e le tiro i capelli: ne ha troppi mentre io ne ho pochi e ho deciso di strappargliene un po’ ogni giorno.
Due: si materializza la Signora. La Signora è una donna minuta con un gran sorriso, che viene sempre di pomeriggio e appena arriva mi prende in braccio e non mi molla più, mentre la Ragazza comincia ad agitarsi correndo di qua e là per la casa ripetendo: “oddio che casino, devo pulire”, oppure si mette la giacca, mi saluta con aria incerta e sparisce per qualche ora. La Signora tira fuori un po’ alla volta tutti i miei giochi dal cestone e mi fa giocare giocare giocare giocare giocare giocare e non si stanca mai.
Tre: si materializza Lui, il Tipo Alto, il mio uomo. Arriva sempre verso sera, si toglie la giacca e mi riempie di coccole. E dio… non posso fare a meno di sciogliermi in sorrisetti imbarazzati e occhioni languidi. A volte tarda e per l’ansia di vederlo divento nervosa, mi agito e piango, ma quando arriva ho occhi solo per lui. Mi fa ridere. Qualsiasi cosa mi dica mi fa ridere. Quanto mi piace quello alto. Se avessi un diario ci scriverei “Tipo Alto sei bono” – “Tipo Alto tvukdb”.



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...